Il Pupillo Albano

di - 29 Febbraio 2012

di Luca Brancher

Tante volte ci si appassiona a giocatori per motivi piuttosto balzani: rientra sicuramente in questa casistica la mia “passione” per l’ormai celeberrimo Albano Olivetti.

“Ma pure tu hai 5.000 idoli nel circuito?”

“No…” Ma forse avrei dovuto rispondere “Sì, ma questa volta è diverso”. Diverso, per chi sa quale motivo poi.

Il dialogo sopra estratto è parte di uno, non necessariamente più esteso, avvenuto tra me ed il buon Riccardo Bisti nel corso della giornata dedicata ai quarti di finale del recente challenger di Bergamo. Mentre lui vestiva i consueti panni del capo ufficio stampa, io cercavo, spesso invano, di valutare alcuni tra i giocatori meno noti sopravvissuti fino a quel venerdì di gioco, provando a capire per quale motivo tutte le mie apparizioni alla kermesse orobica, stagione dopo stagione, venissero allietate dalla presenza in campo di Bjorn Phau, il quale avrebbe poi vinto il torneo, ma non è certo di lui che vi voglio parlare. Infatti il giocatore che aveva scaturito quella domanda da parte di Bisti non era nemmeno più in gara, anzi, era stato eliminato al primo turno, ma lo avevo voluto citare per alcune ragioni che, tra il serio ed il faceto, lo avevano promosso al rango di giocatore da seguire nel corso del 2012. Piuttosto curioso che, a poco più di una settimana di distanza, quello stesso tennista sia salito agli onori della cronaca internazionale, sorprendendo tutti, in maniera particolare il sottoscritto. Perché quel giocatore è Albano Olivetti.

Se nel 1993, a Parigi Bercy, il pubblico, infastidito, si permise di riempire di fischi il povero Goran Ivanisevic, reo di aver costellato la sua partita di aces e servizi vincenti al cospetto di uno smarrito Andrei Medvedev, sottolineando come l’evoluzione di questo gioco non fosse gradita ai palati fini transalpini, nel 2012 a Marsiglia uno spettacolo non così dissimile ha suscitato ben altre reazioni tra gli astanti del torneo provenzale. Sciovinismo? Certo. Amore per le sorprese? Probabile. Maggiore tolleranza verso i bombardieri nel sud della Francia? Spiegazione poco convincente, però percorribile. Sta di fatto che l’exploit di Albano Olivetti ha segnato in maniera inequivocabile questa altrimenti anonima settimana di pratica, andando ad eleggere a nuovo mito transalpino un giocatore ancora relativamente giovane (è nato  nel novembre del 1991), che aveva dato davvero poche avvisaglie di poter essere già così competitivo a questi livelli. Già, perché al di là di questo servizio che tanti grattacapi aveva creato sin dalle sue prime apparizioni nel circuito ITF – uno dei miei passatempi più reconditi consisteva nell’andare a visionare, nel sito della federazione francese, quanti aces facesse questo ragazzo nei vari turni delle manifestazioni che si disputavano sul suolo celtico – il resto dava l’impressione di essere, nelle migliori delle ipotesi, materiale da “work in progress“. E così vederlo raggiungere i quarti di finale di un ATP mi ha trasmesso le stesse sensazioni che può farti vivere il vedere una tua fiamma, più o meno recente, che non consideravi nemmeno tutta questa bellezza, vincere un concorso estetico. Resti basito, cerchi di articolare qualche frase sensata, non ce la fai. Comunque sei arrivato dopo. E provi, confusamente, a ricordare in che momento hai deciso che quella poteva essere la donna della tua vita. O, per uscire di metafora, il tuo nuovo pupillo.
La prima, seria, volta in cui concepii la possibilità che Albano Olivetti – che tra l’altro arriva dallo stesso paese alsaziano che ha dato i natali a Sebastian Loeb – potesse essere qualcosa di diverso da un semplice grande servitore la ebbi nel corso della tarda estate del 2010, quando, non ancora classificato tra i primi 1.000 giocatori del ranking ATP, si aggiudicò il torneo future di Sarreguimines. Un ITF nemmeno troppo ben frequentato, come lo sono solitamente sul finire della stagione, ma Albano non aveva nemmeno 19 anni e sul circuito, fino a quel momento, di partite ne aveva vinte davvero poche. La totale imprevedibilità del risultato fece scoccare la scintilla, ma, a dire il vero, se si escludono i ragguagli numerici, avevo veramente pochissime altre carte da spendere sul suo conto, dato che ancora non mi era capitata l’occasione di vederlo. Questo sarebbe accaduto nel corso della stagione 2011, quando, complice la possibilità di assistere via web ad alcuni tornei minori, me lo ritrovai di fronte, quasi a sorpresa. La sua scalata, lenta, ma inesorabile, lo aveva portato ad abbandonare in taluni frangenti la scena future, per mettersi alla prova nel circuito challenger. Nella non brillantissima parentesi di Orleans, ricca manifestazione organizzata a metà ottobre, le quotazioni di Olivetti non subirono eccessivi rialzi, data l’eliminazione prematura nelle qualificazioni, anche se il sottoscritto ci si imbattè in occasione della kermesse di doppio. Avete presente quelle partite che vengono messe alla fine di una sessione serale di per sé non entusiasmante, con l’intento di veicolare il pubblico solo perché in campo ci sono 4 connazionali? Questo il pensiero degli organizzatori in quel lunedì di torneo – tentativo con scarsa riuscita peraltro – visto che le due coppie erano formate da una parte da Nicolas Renavand e Pierre-Hughes Herbert, dall’altra dal nostro Albano e da Kenny De Schepper. A vedere assieme questi ultimi due, gli avversari sembravano dotati di scarsa statura. Ma non era così. L’incontro? Piuttosto trascurabile, in verità, sebbene Olivetti – che dall’arbitro veniva chiamato all’italiana – riuscisse a mettere in mostra tutto il suo repertorio, nel bene – grandi servizi, costante ricerca della rete e qualche bella chiusura di dritto – e nel male – risposte in campo vicino allo zero, rovescio troppo leggero. Alla fine i due “giganti” lasciarono strada agli avversari, dopo due tie-break ed un super tie-break poco combattuto.

La prestazione mi aveva lasciato alcune perplessità, come se mi fossi messo a rimirare, per alcuni momenti, e con un’evidente iperbole, un diamante grezzo. Solo che, a differenza di precedenti più eclatanti, non riuscivo a comprendere quanto ci si potesse lavorare su questo diamante. Di certo mi aveva colpito. Il resto, poi, sono i giorni nostri: la bella vittoria su Lajovic nel challenger novembrino di Ginevra che certifica il suo primo successo a questi livelli e poi l’ondivago andamento del 2012, con due sconfitte nei primi turni degli ITF tedeschi intervallate da una semifinale, prima della sconfitta nelle qualificazioni di Montpellier e il suo arrivo a Bergamo. Dove ha fatto le prove generali per il suo exploit di Marsiglia. Ottenuto, senza grandissime difficoltà, il pass per il tabellone principale, Albano ha impensierito non poco il già giustiziato Lajovic, finendo sconfitto solo al terzo set, dopo aver condotto di una frazione. E me ne dispiacqui, perché non lo avrei potuto vedere live e perché, come l’occhio vigile di attenti scommettitori ebbe modo di riferirmi, in alcuni siti le quote del match lo vedevano addirittura favorito sul ben più famoso serbo. Primi sintomi che qualcosa stava cambiando? Chissà, ma l’insieme di cose mi aveva spinto a parlarne, senza nemmeno pensare che, a distanza di 6 giorni, lo stesso Olivetti si sarebbe potuto fregiare dello scalpo di un top-10.

Che poi la sua ascesa, ovunque si arresterà, susciterà un sacco di critiche, come già fioccano in giro e del medesimo stampo di quelle già lette e rilette per altri giocatori con le sue caratteristiche fisiche (Karlovic e Isner, per citare quelli più noti) è piuttosto scontato, e probabilmente anche condivisibile, se non correttamente relazionato con l’evoluzione che la pratica sportiva sta subendo – che colpa potrà avere lui, se ora va così e un tempo no? Non può essere visto come un giocatore-modello, basa il suo gioco su alcuni schemi facili e semplici, sempre e comunque agevolati dal servizio: i 5 punti conquistati in risposta contro Llodra, pur in grande spolvero, in 12 giochi e 1 tie break sono un importante segnale di quali siano le evidenti lacune del ragazzo. Inutile quindi dilungarsi sugli aspetti tecnico-tattici, pregi e soprattutto difetti, che sono di facile individuazione, non ci resta che attendere maggiori informazioni dal campo per valutare quali possano essere i suoi margini, quali le sue possibilità su superfici “all’aperto”, quali le sue prospettive e quali i suoi obiettivi (top-100, banale banale, per ora) con la viva sensazione che Marsiglia possa essere stato un caso, almeno nel medio-breve periodo. D’altronde fino a 1 mese fa perdeva con Flock e Langer nei primi turni dei futures tedeschi.

 

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