Hasta Luego, Fernando

di - 10 Febbraio 2012

di Sergio Pastena

“Since many years I haven’t seen a rifle in your hand” – “Da molti anni non ti vedevo imbracciare un fucile”

Parole tratte da Fernando, singolo degli allora giovanissimi Abba. Anche il nostro Fernando da qualche anno non imbracciava un fucile, solo lui all’epoca della canzone ancora doveva nascere. Parliamo, infatti, di Nando Gonzalez, “El bombardero de la Reina”, che ieri ha annunciato che si ritirerà dopo il torneo di Miami.

Il suo fucile era la racchetta, e chi conosce il giocatore sa che questa non è un’iperbole: il suo diritto, infatti, è quanto di più potente si sia visto nel circuito professionistico prima dell’arrivo di Del Potro (che, beninteso, regge il confronto ma non lo batte). Un fucile scarico da qualche anno, più per via degli infortuni che per l’età: l’ultima volta che lo abbiamo visto a piena potenza, probabilmente, è stato agli Us Open del 2009, quando demolì Berdych e Tsonga in sequenza per poi cedere a Nadal dopo averlo costretto a due tie-break.

Per comprendere a pieno la sua fucilata, immaginate di trovarvi di fronte un giocatore dal gran diritto che ha l’occasione di colpire dall’alto in basso, dal centro del campo. Cosa fareste? Sicuramente cerchereste di recuperare, di rimandare la palla dall’altra parte sapendo che comunque lo scambio è quasi perso. Gli avversari di Gonzalez, spesso, si risparmiavano questa fatica: quando Nando colpiva da quella posizione l’unica cosa da fare era pregare che la mandasse fuori. Sì, perché se la teneva dentro bastava anche un colpo non angolatissimo a fare il punto direttamente, visto che dalla racchetta gli uscivano palle inumane a 180 km all’ora che si fermavano solo quando incontravano un telone.

Non era un giocatore di fino e il rovescio non era all’altezza del diritto, tant’è che quasi sempre lo giocava difensivo in back, ma a furia di giocarlo in quel modo aveva anche trovato una certa profondità. Qualche volta, però, quando aveva la possibilità di appoggiarsi bene al colpo dell’avversario, anche da quel lato partivano bei fulmini.

Con tutti i suoi limiti, e nonostante il fatto che io non sia tendenzialmente un amante dei bombardieri, non ho mai potuto fare a meno di apprezzare Gonzalez. Sì, perché vederlo giocare era dannatamente divertente. Nando è sempre stato un giocatore offensivo, in cerca del vincente, per questo a differenza di molti suoi colleghi risultava estremamente competitivo anche sul veloce. Uno dei suoi marchi di fabbrica, non a caso, era lo schiaffo al volo di diritto: in un tennis pieno di giocatori che, anche quando spostano l’avversario, restano sul fondo e continuano a martellare per demolirlo, era tutto sommato un piacere vedere questo cileno che avanzava due passi e tirava la mazzata finale. Inoltre, quando incrociava giocatori molto tecnici, il suo gioco d’attacco “chiamava” capolavori degli avversari e ne venivano fuori match godibilissimi.

Guardando il suo palmares, si può tranquillamente dire che abbia raccolto meno di quel che doveva. Ha un bilancio onorevolissimo di undici finali vinte e altrettante perse, il problema è che ha perso quelle più importanti: Masters Series di Madrid 2006 e Roma 2007, Australian Open 2007, Olimpiadi di Pechino 2008. Due volte Federer, due volte Nadal a sbarrargli la strada. Numero cinque del mondo, a poco più di cento punti da Davydenko e dal terzo posto (che in epoca di duopolio Federer-Nadal si leggeva come “primo degli umani”), anche nel ranking gli è sempre mancata la lira per fare il milione.

Pur non essendo un doppista il suo trionfo più rilevante è paradossalmente legato proprio al doppio: Olimpiadi del 2004 ad Atene, Nando gioca il doppio col suo connazionale Nicolas Massu, che quell’anno vinse pure il singolare. I due non sono neanche teste di serie, eppure fanno fuori i Bryan Bros nei quarti e Ancic e Ljubicic in semifinale. In finale i due incrociano Kiefer e Schuettler, dando vita a una maratona di cinque set conclusasi col trionfo cileno e la relativa medaglia d’oro. A proposito, quell’anno Gonzalez vinse anche il bronzo in singolare, battendo Dent nell’unica finale importante (nonostante fosse per il terzo posto) che abbia mai vinto.

Parlare degli ultimi anni, dei ripetuti infortuni, dell’operazione all’anca, sarebbe poco interessante: meglio soffermarsi sul fatto che l’anno scorso, tornato da poco e a corto di allenamenti, ha battuto Chardy e Dolgopolov prima di fermarsi di nuovo. E giusto la settimana scorsa, a Vina del Mar, è tornato facendo fuori Pere Riba. “Gonzo”, insomma, è ancora ampiamente competitivo, ma realista: ha dichiarato “So che non potrò tornare dove vorrei essere, per questo mi ritiro”.

Hasta luego, Fernando.

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