Intervista Esclusiva a Silvia Farina

di - 8 Marzo 2011

di Gianfilippo Maiga

Raccontare di Silvia Farina è raccontare una favola, una storia d’amore con tanto di Principe Azzurro. Una storia che di solito nel tennis non funziona Una storia, in effetti, ben difficilmente ripetibile o, addirittura, secondo lei sconsigliabile, (come dicono gli americani: don’try this at home!). Cionondimeno, come tutte le favole che si rispettino, la sua ha un lieto fine.

La tua carriera è durata molto a lungo e con il best ranking (11!) raggiunto a 29 anni. La tua crescita, pur con gli inevitabili alti e bassi, ha avuto un andamento in fondo lineare, con il raggiungimento forse della definitiva maturazione nell’ultima fase, un po’ come capita al buon vino quando invecchia. Quali sono le tappe e i fattori che di volta in volta ti hanno permesso di compiere i salti di qualità necessari a raggiungere traguardi sempre più alti?
Il mio percorso professionale, la mia parabola di maturazione sono, direi, classici della natura italica. Raggiungere la maturità tardi è una nostra prerogativa, e lo confermano sia Francesca Schiavone sia Flavia Pennetta. Nel mio caso non si è trattato solo di un problema di natura psicofisica. Una volta lasciato il centro federale di Latina, ho cominciato a girovagare, non riuscendo mai a trovare un approdo definitivo, una persona di riferimento che mi formasse al mestiere. I miei genitori erano molto appassionati, ma non erano in grado di consigliarmi e quindi dovevo scegliere – e sbagliare – da sola. La tappa fondamentale per me sono stati i 24 anni e il fattore uno solo, e si chiama Francesco Elia. Incontrando lui sono diventata una professionista e ho potuto ottenere i risultati che si sono visti. La premessa è che l’esperienza con Francesco, il percorso che abbiamo compiuto insieme, sono forse irripetibili, vorrei quasi dire sconsigliabili, visto che ci siamo innamorati e che ci siamo poi felicemente sposati. Di norma quando lavoro e sentimenti si intrecciano è molto difficile trovare il giusto equilibrio, saper scindere il momento dell’affetto da quello della razionalità, accettare per esempio di passare da un rapporto paritario ad uno di guida. Un pericolo è per esempio quello di non accettare nessuna indicazione, che ti venga di volta in volta data, senza esercitare una funzione ipercritica. Con lui, tutte le medaglie che potevano essere lette al rovescio erano invece dalla parte giusta. Mi ha innanzitutto insegnato il senso della dedizione al lavoro e al “mestiere”, la disciplina necessaria, mentre io in precedenza ero molto più discontinua. Inoltre abbiamo saputo darci stimoli nuovi a vicenda: lui mi ha indotto al miglioramento continuo, a pormi obiettivi ambiziosi, io l’ho portato a studiare tennis, a diventare un coach a tutto tondo. Insomma, sono stati subito creati i presupposti per riuscire: una assoluta fiducia da parte della giocatrice nel suo allenatore e l’ambizione di riuscire e, dall’altra parte, la totale dedizione dell’allenatore alla ”causa” dell’atleta e la piena convinzione nelle sue potenzialità, la stima verso l’atleta. Ogni anno, più che di risultati, si parlava di miglioramento in campo tecnico fisico e, da ultimo, mentale. Proprio i progressi in quest’ultimo aspetto mi hanno permesso di “arrivare”. Se tornassi indietro, probabilmente, invertirei l’ordine delle priorità e porrei l’aspetto mentale al primo posto.

Un ranking Wta di numero 11, ovviamente straordinario per qualsiasi tennista, ti ha permesso di essere la migliore italiana di sempre per molti anni. Chiunque dovrebbe fermarsi a questa considerazione ed essere perfettamente soddisfatto del risultato raggiunto. È così nel tuo caso o, paradossalmente, di tanto in tanto affiora qualche rimpianto o la delusione per aver sfiorato il fatidico accesso alle top ten senza entrarci?
Devo ammettere che qualche rimpianto ce l’ho e riaffiora di tanto in tanto. Questo accade soprattutto perché quando si dice che il traguardo delle top ten è stato “sfiorato” si rappresenta la situazione alla lettera. A me mancavano 40 punti per “entrare”, un’inezia. Come spesso accade nella vita, a volte sono gli episodi che la determinano e, in questo caso, gli episodi hanno giocato a mio sfavore. Non sono stata davvero fortunata. Valga come esempio il torneo di Berlino. Trovo la Mauresmo al primo turno e perdo in due set. La Mauresmo al secondo turno si ritira! In un torneo successivo incontro la Testud, (in caso di vittoria sarei stata una top ten) e perdo al terzo. Sono una persona esigente con se stessa e, per questa ragione, se devo essere sincera ho anche il rimpianto di non aver vinto la Fed Cup. Qui hanno pesato probabilmente due fattori: la mancanza di una squadra omogenea e con forti ricambi come quella che c`è oggi, (solo verso la fine è arrivata una Francesca Schiavone ancora molto giovane) e la presenza sistematica nelle rappresentative dei Paesi di vertice delle giocatrici migliori, oggi frenate a volte da calendari un po’ troppo densi.

Tecnicamente, per essere una tennista degli anni 90, eri già moderna: molto preparata fisicamente e forte in tutti i colpi, a cominciare dal mitico rovescio. Questo tennis ti permetteva di giocartela con chiunque, come dimostrano peraltro le vittorie per esempio contro la Sabatini, Lindsay Davenport, Venus Williams. Come ti descriveresti tennisticamente e quale avversaria consideravi la tua “bestia nera”?
In effetti ero – credo – una tennista completa, buona per tutte le superfici. In questo ero stata aiutata da un’impostazione tennistica classica, ma anche poi molto dalla necessità di adattarmi, sul campo, a situazioni e avversari di volta in volta molto diversi. Mi spiego meglio: oggi tutti i giovani che iniziano la carriera professionistica hanno un tennis vorrei dire “omologato” (se si vuole un po’ bum bum bum…), quindi chi gioca spesso si trova su un terreno di scontro familiare e prevedibile. Una volta l’impostazione era meno rigorosa e c’era molto più spazio per uno stile individuale; affrontare campionesse come la Sanchez (pesanti rotazioni), la Seles, (anticipo e aggressività), la Martinez (pallonetti e back) o la Graf, (dritto fulminante e rovescio solo in back) voleva dire sostenere battaglie molto diverse. Saper modulare il proprio gioco in funzione delle caratteristiche dell’avversario ti portava naturalmente ad una flessibilità che poi si traduceva nel mio caso anche ad adattarmi a superfici differenti. Io soffrivo la Mauresmo e la Clijsters, ma se devo pensare a una bestia nera indico quest’ultima. Con lei, di cui pativo la straordinaria mobilità, ho sempre perso. Me la giocavo, non perdevo facile, ho disputato più di un terzo set, ma alla fine perdevo.

Anche il tuo atteggiamento si distingueva da quello di molti colleghi e colleghe per signorilità e, quindi, professionalità. In particolare – anche se non solo – alcuni tennisti italiani si facevano notare ai tempi per una eccessiva emotività, che difficilmente mancavano di mettere in mostra. Era solo un fatto di indole personale o questo atteggiamento secondo te faceva parte di una “cultura” errata piuttosto diffusa in Italia? Quanto di questa eventuale mentalità permane secondo te ancora oggi?
Vorrei distinguere il caso personale dall’analisi di fondo. Mi piace dire a mio vantaggio che ho sempre guardato ai migliori, ai grandi, che avevano un atteggiamento irreprensibile e ho capito da subito che solo emulandoli avrei potuto far bene. Devo ammettere che questo sforzo mi è stato riconosciuto dalla stampa e dall’opinione pubblica, perché mi chiamavano “la Signora del tennis”. Riterrei che, a parità di indole personale, la ragione di certi atteggiamenti effettivamente poco professionali, e che a volte si notano ancora oggi, stia in una educazione (sportiva, ma in definitiva non solo) sbagliata: in questo ruoli chiave sono giocati dalla famiglia e dall’allenatore. Un giocatore dai 13 ai 18 anni è come una spugna che assorbe tutto e il suo senso di emulazione è fortissimo. I suoi modelli in quel periodo non possono essere che la famiglia a casa e l’allenatore in campo. In quel periodo si ha l’occasione imperdibile di trasmettere e inculcare le regole del gioco. La disciplina, una cultura sportiva corretta, il rispetto delle regole e dell’avversario, l’accettazione della sconfitta nascono dall’esempio e dal rigore anche nelle piccole cose. Se l’inizio dell’allenamento è alle 10, alle 10 devi essere lì. Se arrivi alle 10.15 quel giorno non ti alleni, per estremizzare un po’.

C`è qualche personaggio, sia nel circuito maschile, sia in quello femminile, al di fuori del Club Italia, che hai potuto avvicinare durante la tua carriera e che ti ha colpito per la sua particolare personalità? Con chi hai stabilito rapporti di amicizia che permangono nel tempo? Riesci ad effettuare un confronto fra l’ambiente del circuito dei tuoi tempi e quello odierno?
Dato che sono sempre stata molto riservata e ritenevo di aver bisogno di concentrarmi durante i tornei, ho approfittato poco dell’atmosfera di socialità che si respirava nell’ambiente a quei tempi, quando i giocatori giravano soli, non erano accompagnati da un allenatore o addirittura da uno staff e spesso cenavano insieme: di conseguenza non ho avuto modo di sviluppare profonde amicizie nell’ambiente. Mi capita naturalmente oggi di incontrare vecchie conoscenze, come la Spirlea, che vive a Roma, ma vere amicizie non ne avevo. Attualmente socializzare e conoscersi è molto più difficile, poiché, almeno a livello di vertice, ognuno gira con un clan e rimane al suo interno. Da sempre comunque chi era in cima alle classifiche mondiali era portato a difendersi dalla invadenza, o dei fan o dei giornalisti, rifiutandosi (forse anche troppo) ai contatti, per mantenere un accettabile livello di concentrazione.

La struttura gestita da tuo marito (F.Elia) allena alcuni giocatori professionisti full time sia tra i ragazzi (per tutti Marco Viola e Massimo Capone), sia tra le ragazze (Martina Caregaro, Martina di Giuseppe e la promettente tredicenne Eleonora Palumbo). Qual è il tuo ruolo all’interno? Puoi girare con i giocatori o il tuo ruolo di madre te lo impedisce? Chi accompagna i giocatori e le giocatrici quando girano?
Operiamo allo Sporting Club le Palme, un piccolo Circolo. Anche per questa ragione non possiamo dire di essere strutturati come una vera e propria Accademia. I ragazzi sono seguiti principalmente da Francesco, che li allena a Roma, mentre – anche per ragioni economiche – sono indipendenti e girano da soli per quanto riguarda l’attività agonistica internazionale. Anche le ragazze sono allenate da mio marito, ma io le affianco un paio di volte la settimana, sia sotto il profilo tecnico, sia sotto quello del consiglio e psicologico. Mi rendo infatti conto che la mia vicinanza può essere da un lato di stimolo per loro, dall’altro un sostegno per Francesco nell’affrontare il percorso professionale delle ragazze filtrandone le problematiche con una sensibilità femminile. Francesco gira per tornei con le ragazze, anche se in questo momento a viaggiare è soprattutto Martina Caregaro, perché la Di Giuseppe è ferma per problemi alle ginocchia. C’è inoltre un preparatore atletico di grande esperienza come Gianluca Pasquini, che una volta era al Centro di Latina, prima della creazione del Centro di Tirrenia.

Il tennis femminile ha in questo momento un incredibile numero di giocatrici forti, di cui si potrebbe dire tu sia stata un po’ l’antesignana. Non sembra però che ci sia alle spalle di queste professioniste un vero e proprio movimento femminile, né si intravvedono in apparenza molte tenniste predestinate a raccoglierne l’eredità. Condividi questa osservazione e, se del caso, quali sono i motivi di questo potenziale vuoto? Cosa ha portato il tennis femminile a mietere così tanti successi: solo il caso e l’iniziativa individuale?
Concordo innanzitutto, sulla possibilità che il vuoto lasciato in un domani non troppo lontano da Francesca Schiavone, Flavia Pennetta e le altre non sia immediatamente colmato. I fattori che hanno giocato sin qui nel fare del movimento femminile la componente di maggiore successo del tennis italiano sono naturalmente tanti; fra queste vorrei però sottolinearne uno che a me sembra sia importante: l’esistenza, che oggi viene meno, di un Centro Federale in grado di ospitare e formare in modo sistematico ragazze. Io ho avuto Latina, Francesca Schiavone Riano e Latina, così come, sia pure se parzialmente, la Garbin, Flavia Pennetta e Roberta Vinci Riano. Le ragazze della generazione immediatamente successiva non hanno avuto la stessa possibilità, perché il Centro di Tirrenia non è organizzato nello stesso modo e questo ritengo costituisca un handicap. La Federazione sta supportando le tenniste promettenti e che si allenano in strutture “terze”, ma penso che questo sforzo andrebbe integrato con il lavoro in un Centro di riferimento.

Hai un figlio, Lorenzo, che ha 4 anni. La sua è un’età cui ci si può già avvicinare al tennis. Che scelte stai facendo per lui, ammesso che lui mostri interesse per il tuo sport? Quali sono le tue convinzioni sul percorso ideale per un bambino che abbia attitudini sportive?
Quando è nato Lorenzo, ammetto che nel mio intimo ho sperato che volesse condividere la mia passione per il tennis. Devo confessare che, almeno per il momento, non è così. Lorenzo fa sport, naturalmente, perché io lo ritengo una componente essenziale della formazione fisica e psicologica di un bambino prima e di un adolescente poi. Mio figlio, sia per seguire le sue inclinazioni, sia dietro indicazione medica, pratica il nuoto e il Karate, due sport che, oltre a favorire proprio certi aspetti coordinativi, sono innanzitutto “discipline”, nel senso che ti insegnano e ti richiedono un certo rigore di comportamento. Non ho inteso – né mai lo farò- imporgli alcuna scelta, anche perché con lui, che ha una personalità molto decisa, difficilmente si potrebbe. Semmai, se il buongiorno si vede dal mattino, ossia dall’istinto per la palla, scommetto che vorrà appassionarsi in futuro di più al tennis la mia secondogenita, Giorgia, che però non ha ancora due anni. In ogni caso ritengo che, se un avvicinamento allo sport, tennis e non, possa avvenire o sia addirittura auspicabile anche in un’età molto verde come quella di Lorenzo, questo debba essere ”morbido”. Oggi si ha la tendenza a bruciare le tappe, a volere tutto subito. Io ritengo che a 5 anni sia, nella media, troppo presto per esporre un bimbo ad un’attività intensiva. Ho detto nella media, perché in tutti i campi ci sono fenomeni di precocità, e nello sport questo può valere sia da un punto di vista dell’attitudine allo sport agonistico, sia di maturazione psicologica, ma i fenomeni sono l’eccezione.

Tu sei rimasta abbastanza vicina al mondo tennis agonistico. Molti tennisti importanti per il tennis italiano sono invece lontani dall’ambiente, o quanto meno non usano la loro esperienza al servizio dei nuovi tennisti (vedi Gaudenzi) o addirittura hanno fatto perdere le loro tracce, (come per esempio Caratti, che è in USA). Come mai secondo te tanti ex-campioni italiani si “disperdono” o rinunciano da quasi subito a seguire il tennis di alto livello?
Non so se questo sia un problema realmente italiano. Decidere di diventare coach, dopo essere stati atleti di livello, è una scelta difficile. Lo è per un sacco di motivi. Alcuni sono ovvi. La creazione di una famiglia, con tutti i (giusti) vincoli e condizionamenti che questa ti crea. L’esigenza di guadagnare sufficientemente per assicurare a te e ai tuoi cari una vecchiaia decente, perché i miliardari in grado di vivere di rendita grazie al tennis si contano sulle dita di una mano, (il costo della vita professionistica per un tennista è molto alto, per non dire proibitivo, quindi di fatto solo i tennisti pienamente affermati, una rosa quanto mai ristretta, possono permettersi di pagare un coach; negli altri casi il coach dovrebbe “investire” in pratica rinunciando a guadagni anche normali). Altre ragioni sono forse più sottili. Spesso, dopo aver passato molti anni della tua vita lontano da casa, tra alberghi e aerei, hai voglia di fermarti, di una vita più tranquilla, vicino alle tue cose. Talvolta, invece, è un problema di personalità. Per anni sei stato tu il centro delle cose, la preoccupazione degli altri. Hai imparato a vivere in funzione del tuo fisico, a conoscere e gestire le tue ansie, a pensare in termini di tue vittorie e sconfitte. Improvvisamente devi sapere che non sei più tu il fine, ma altri. Devi trasferire su di loro le tue attenzioni, travasare loro le tue esperienze. Non tutti sono in grado o vogliono fare questo salto.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Io ho avuto una grande fortuna: realizzarmi in qualcosa che mi piace. Ebbene, vorrei che lo stesso capitasse ai miei figli.

© riproduzione riservata

19 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *