Sharon Fichman si racconta…

di - 16 Luglio 2014

Sharon Fichman
(Sharon Fichman – Foto Gasparin)

di Giulio Gasparin

Il tennis canadese ha visto nelle ultime stagioni la nascita e la crescita di un movimento senza uguali nel paese della foglia d’acero. Il pensiero si rivolge immediatamente ai due astri sempre più brillanti di Milos Raonic e Eugenie Bouchard, ma non sono gli unici.

Tra i nomi che spiccano in questa crescita vi è senza dubbio quello di Sharon Fichman, ventitreenne di Toronto che ad inizio anno è entrata tra le top 100 per la prima volta in carriera e ha raggiunto un best ranking al 77° posto mondiale.

Dopo una promettente carriera da junior culminata in due titoli slam in doppio con Anastasia Pavlyuchenkova, forse ci si aspettava di più dalla Fichman, che però ha trovato nel tempo una crescita continua e solida.

“Ci sono molti motivi dietro questi miglioramenti.” Mi ha raccontato durante una recente intervista: “Tanto lavoro sodo, so che ci sono tante ragazze che lavorano sodo nel circuito, ma io provo sempre ad essere una di quelle che lavora di più, ogni giorno mi piace guardarmi indietro ed essere sicura di aver dato il massimo delle mie capacità, qualunque fosse l’allenamento. Ecco forse questo è il fattore che è cambiato, il mio atteggiamento.”

“Ho un bellissimo team, adoro il mio allenatore, è fantastico: lui crede in me ed io in lui.”

La Fichman nasce come una giocatrice difensiva, di cui spiccano la mobilità e la velocità di piedi, ma nelle ultime stagioni ha migliorato il gioco di anticipo e appiattito i colpi, sicché anche la velocità di palla ha subito un immediato rialzo.

Nonostante la statura ridotta (1.63m), ha migliorato molto anche il servizio e questa combinazione di grandi difese e spunti offensivi l’ha portata a migliorarsi su tutte le superfici.

“La cosa più importante è sapere che io ho il mio stile di gioco, ho i miei obiettivi e li devo avere chiari qualunque sia la superficie.” Mi ha spiegato con meticolosa chiarezza: “Bisogna rimanere fedeli al proprio gioco e ai suoi pilastri, poi però bisogna sapersi adattare alla superficie con degli aggiustamenti fondamentali ed è quello che cerco di fare sempre al massimo delle mie capacità.”

“Ma la mia attenzione è sempre su di me, perché è l’unica variabile che posso controllare.”

Questa primavera la maturazione tennistica della Fichman l’ha portata a vincere il primo $100.000 in carriera sulla terra di Cagnes-sur-Mer e poi più tardi a sfiorare l’impresa al primo turno del Roland Garros contro Jelena Jankovic.

Nonostante il risultato abbia poi arriso alla tennista serba, la ragazza di Toronto si è detta molto incoraggiata da quella partita:

“è stata una grande esperienza, nonostante sia ancora delusa dalla sconfitta, perché ho avuto le mie chance e sul 3-3 nel terzo set non ho sfruttato una palla break. Ma ho imparato molto da quel match e la prossima volta sarò più preparata.”

“Non vedo l’ora di giocare di nuovo contro Jelena e le altre giocatrici ai vertici del gioco, per potermi mettere alla prova, imparare dai miei errori e correggerli.”

“Io cerco sempre di guardare avanti, a come migliorarmi e so che parte di questo processo è incontrare giocatrici sempre più brave. Poi ovvio che ogni giocatrice, in una determinata giornata…beh, tutto può succedere, perché tutti siamo lì fuori per vincere e combattere fino all’ultimo colpo, ma ovviamente più il livello si alza, più giocatrici che hanno fatto molto nelle loro carriere ti ritrovi ad affrontare, per cui mi aspetto sempre grandi battaglie.”

Nel suo modo di parlare è chiara la determinazione, ma anche la fiducia ragionata nel progetto a lungo termine. Il tutto corollato da uno spiccato accento nord americano.

Eppure, nonostante mi abbia citato tra i momenti più belli vissuti nel circuito lo “scrivere la storia del tennis con la squadra di Fed Cup”, non passa inosservato allo spettatore un po’ più attento il suo modo di esultare non tipicamente anglofono.

“La mia famiglia è di origine est-europea: loro vengono dalla Romania e dall’Ungheria, per cui io uso ‘Haide’, che è il come-on rumeno, forse perché quando ero piccola lo usavano i miei famigliari per incitarmi.”

“Però a parte l’inglese, il mio francese è decente, come anche il mio ungherese…il mio rumeno invece…” ma la frase è stata terminata da un sorriso imbarazzato.

Dunque, dove andrà la carriera di Sharon Fichman d’ora in poi? Lei ha risposto così:

“Non mi piace mettere i numeri davanti ai miei obiettivi, perché non si possono controllare i numeri. So che è molto un cliché, ma voglio continuare a migliorarmi ogni giorno ed acquistare sempre più fiducia nei miei mezzi.”

“Lo sono già, ma voglio esserlo sempre più, così da poter spingermi fino al limite delle mie capacità, in situazioni sempre più difficili e poi uscirne al meglio delle mie possibilità.”

“Voglio giocare sempre più tornei importanti e migliorarmi, imparare dalle mie avversarie e dai miei errori, così poi arriveranno anche i numeri, il ranking e i seeding.”

La cosa che però più mi ha impressionato del mio incontro con questa determinata e tenace ragazza canadese è stata la maturità e l’etica personale che va al di là dei risultati in campo. Quando infatti le ho chiesto delle amicizie in campo, oltre ad una manciata di nomi (tra cui Maria Sanchez, Joahnna Konta, Olga Savchuk e Monica Puig) ha aggiunto quanto segue e con cui voglio concludere questo pezzo:

“Voglio essere onesta con te, questa è una carriera difficilissima e porto un grandissimo rispetto per chiunque decida di intraprenderla. È una carriera dura, per cui c’è bisogno di persone speciali lungo la strada e io sono stata molto fortunata ad averne incontrate tante sulla mia.”

“Io spero che anche le altre ragazze mi vedano allo stesso modo, ma sul serio ci sono molta persone fantastiche nel circuito, sia tra gli uomini che le donne.”

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