Panatta: “Roger il più grande di sempre”

di Gianfilippo Maiga

Voglio  fare una (lunga) premessa. Non è stato facile per me decidere di cimentarmi in questa intervista. Non lo è stato perché di Adriano Panatta è stato scritto di tutto e di più, anzi, ha scritto un libro su di sé lui stesso,( e questo mi sembra piuttosto definitivo) e ero perfettamente consapevole di correre il rischio di porgli domande scontate. Non lo è stato perché sono suo coetaneo e non lo ricordo solo per aver letto di lui, ma perché  l’ho vissuto come un eroe del mio tempo, da giovane a giovane, perché tifavo svisceratamente per lui , affascinato soprattutto  dal suo stile naturale tennistico e dal suo grande charme personale , un po’ come accade oggi con Federer; e poi,  come si fa ad intervistare un’icona?  Non è stato facile perché di lui sapevo solo che non è mai banale e avevo una paura fregata che l’intervista o le mie domande risultassero tali. Non è stato facile, infine, perché non sapevo che tipo fosse. Ho deciso comunque di provarci perché volevo tentare di capire direttamente, (anche se un’intervista telefonica è troppo poco per questo)  di che pasta fosse fatto, ecco. Sebbene io abbia provato ad evitare trite rievocazioni, ho il forte sospetto di non aver raggiunto pienamente il mio scopo. In un quadro di grande garbo e disponibilità verso di me, mi sono imbattuto in un singolare contrasto di sereno disincanto, improvvisi lampi di durezza nei giudizi e graffiante ironia, con la quale mi ha seppellito nell’ultima risposta. Vi dico che, senza averne peraltro alcuna prova, non credo affatto al primo, che mi è sembrato una maschera, un’impostura, (l’uomo è invece secondo me molto sensibile), anche perché si sposa molto male con il gusto della battuta e il senso del paradosso, che invece gli sono propri. Adriano Panatta non vive di sicuro nel o del passato, anzi. Credo però – e non me ne vorrà se dò spazio ad una libera e arbitraria interpretazione “giornalistica” –  ad un po’ di umanissima amarezza verso un Paese che non ha saputo ancora una volta utilizzare un suo Campione dotato di cervello, questa volta il più grande del suo sport.

Di Lei si è scritto in lungo in largo e probabilmente sono stati sprecati un sacco di luoghi comuni che non condivide. Cominciamo da qui, sfatiamo i clichés: il tennista glamour, il viveur e racer motonautico, dall’altro un uomo sposato da una vita con la stessa persona e tutto sommato ben poco presenzialista. Qual è quello vero? I giornali devono scrivere e con me era sin troppo facile creare un personaggio. È ovvio, vorrei dire, che mi riconosco nella seconda versione. D’altronde, vorrei che si riflettesse che, per giocare stabilmente a certi livelli, non sarebbe stato possibile comportarsi diversamente. Senza un lavoro duro e costante e senza una disciplina ferrea, non avrei ottenuto i risultati che ho raggiunto. Di fare il viveur non avevo proprio il tempo. Poi, se si vuole, è vero che per un giovane in evidenza nel nostro ambiente, che era un ambiente di un certo livello, le conquiste erano un po’ più facili, per esempio, rispetto a quelle degli stessi calciatori, che spesso “andavano in bianco”. Oggi le cose sono profondamente diverse, nel senso che invece agli sportivi di successo – e soprattutto i calciatori – si presentano  continuamente possibilità di conquista. In un mondo di globalizzazione, siamo di fronte ad un fenomeno di vera e propria “globalizzazione della xxx “ (qui ci si riferisce alla femmina del ratto). In realtà, il Panatta dragueur, mondano, ecc. è mediatico e nasce credo  soprattutto dalla penna di due guru tennistici, Tommasi e Clerici; il resto della stampa ci si è in qualche modo accodato e lo ha cavalcato. Devo dire con sincerità che non mi sono mai sentito troppo vicino ai due giornalisti: il primo è un uomo di numeri, e io odio le statistiche, il secondo è un po’ troppo blasè e indulgeva a volte in atteggiamenti ( e giudizi) da primadonna. Lei mi dice che Tommasi saprebbe il punteggio del mio incontro con Hutka a Parigi, (match point salvato  a Parigi con la famosa volée in tuffo, n.d.r.), ebbene, io mi ricordo a malapena chi è Hutka.

Cosa fa oggi Adriano Panatta? Quali sono i suoi rapporti con il mondo del tennis?
Oggi mi occupo essenzialmente di comunicazione e ho una mia società. I miei rapporti con il tennis sono a dir poco sporadici. Con la Federazione ho litigato 10 anni fa e i miei rapporti sono cessati. Non desidero, francamente, parlare dei motivi che mi hanno portato a questa rottura, perché mi verrebbe ancora oggi il mal di stomaco. Per combinazione, questa nostra conversazione ha luogo al mio rientro da un viaggio lampo (due giorni) a Wimbledon. Non ci andavo da 20 anni e ci sono tornato solo perché la Lavazza ha deciso di utilizzare Ivanisevic e me come testimonial per una speciale occasione. Con questo non voglio dire che non penso mai al tennis: anzi, è possibile che a settembre apra una mia iniziativa a Roma.

Come tennista, era senz’altro un talento naturale. Nel ricordare il suo tennis, però, viene spontaneo sottolineare uno stano contrasto:  giocava serve and volley, un gioco ben poco terraiolo, ma prediligeva la terra su cui era cresciuto. L’erba, invece, non le sembrava amica. Tornando indietro, avrebbe preferito “specializzarsi” di più sul veloce?  Il tennis di Panatta era contraddistinto dalla plasticità e dalla naturalezza dei gesti. Sotto quest’ultimo profilo quanto Panatta si sente di essere accostato a Roger Federer, che impersona oggi un tennis molto classico?
Servivo bene e giocavo bene a rete, questo è vero, ma è altrettanto vero che i miei movimenti erano piuttosto ampi, da terra, insomma. Non posso dire di essermi sempre trovato male sul veloce, come dimostra la mia vittoria a Stoccolma, ma questo valeva forse per il sintetico, non certamente per l’erba. L’erba, lo dico apertamente, non mi piaceva per niente. Detestavo i suoi rimbalzi spesso irregolari e bassissimi. Parlo dell’erba di allora, naturalmente. Ho chiesto ai giardinieri dell’erba attuale a Wimbledon e mi hanno detto che non è cambiato nulla, ma a me non pare proprio. Vedo rimbalzi alti e lunghi scambi, che un tempo non sarebbero stati possibili. Vedo palle più pesanti di quelle che si usavano ai miei tempi, e forse addirittura più grandi! Quanto al paragone, sia pur solo nel gesto, con Federer, dico chiaramente che non si pone proprio. Federer, senza mezzi termini, è il giocatore che gioca meglio a tennis di tutti i tempi. Lascando perdere sottigliezze tecniche come la sua impugnatura di diritto, diversa dalla mia, dico semplicemente che Federer è la perfezione.

A parte i suoi compagni italiani, quali sono i suoi rapporti oggi con i grandi campioni di allora, con i giocatori italiani e con i compagni di coppa Davis?
Dei giocatori di allora ho trattato diffusamente nel mio libro “Più dritti che rovesci”.  Qualche rapporto occasionale esiste ancora, in particolare con Nastase e con Borg. Di quest’ultimo ho già avuto modo di dire che era il più matto di tutti: un “matto calmo”. Nastase non è in realtà molto cambiato negli anni. Tempo fa mi ha proposto di giocare con le Leggende del Tennis, ma io ho declinato, perché quell’epoca si è chiusa e non mi piace guardare indietro. Ce ne sono altri che ricordo con simpatia e, tra loro, il povero Gerulaitis, la furbizia matricolata di Ramirez.  Qualche sorpresa viene se parlo di Ashe, ricordato da tutti come un grande – e lo era – ma che era anche un personaggio molto altero, per non dire …“razzista”, verso i tennisti di scarso valore, (le pippe, come dicono a Roma). Per quanto riguarda i giocatori italiani, e in particolare quelli della Coppa Davis, ovviamente c`è un grande legame con Paolo Bertolucci, come un fratello per me,  e con Tonino Zugarelli. Con Barazzutti non ho rapporti: troppo diversi tra noi, i caratteri, la sensibilità, le scelte, un po’ com’era con Solomon nel circuito internazionale.

Personalmente, ricordo fuori dal campo l’impressione di una immediata capacità di lettura di un match e di una situazione di gioco: insomma, il capitano di Coppa Davis ideale. Polemiche a parte, si sentirebbe oggi di coprire quel ruolo o il tennis è troppo cambiato?
Effettivamente mi riconosco io stesso una certa capacità di leggere i match e, aggiungerei, soprattutto i giocatori e i loro difetti. Ritengo però la mia esperienza come Capitano della Davis conclusa, una pagina ormai girata e che non mi interessa rileggere.

Oggi un giovane che inizia a giocare professionalmente, se non ha l’aiuto di una Federazione e non dispone di mezzi finanziari veramente ingenti, ha poche chances di emergere. Condivide questa affermazione? Lei non ha mai fatto il coach. Perché?
Direi che un giovane ha poche chances di emergere anche in presenza di questi fattori di supporto. Come dice la canzone, uno su mille ce la fa. Non vorrei sembrare un qualunquista, ma sottolineerei, oltre alle già grandi difficoltà che il mestiere pone, la notevole incompetenza di molti allenatori, che tali si spacciano, ma non ne hanno le credenziali. Il risultato è che illudono sulle loro potenzialità  molti giovani cui non hanno insegnato a giocare a tennis in modo adeguato e le loro famiglie, per poter arraffare un po’ di soldi. La stessa Federazione spesso commette errori, che sono alla base della mancanza di un movimento di eccellenza: senza voler essere il lodatore del tempo andato, quando ero a Riano l’Italia esprimeva i Canè, i Camporese, I Furlan, i Gaudenzi e i Caratti, per citare qualche nome. Personalmente ho fatto altre scelte e non ho mai avuto voglia di essere un coach itinerante, privilegiando la stabilità vicino alla mia famiglia. Sono disponibile a volte per osservare un giovane ed esprimere un mio parere, o per una consulenza sul campo, ma né a 40 anni, né ora mi sono sentito la vocazione del coach. Quanto alle soluzioni alternative per un giovane, sono un po’ lontano dalla realtà delle accademie spagnole o delle università americane di oggi, per  esempio, per esprimere una valutazione attendibile.

Cosa si potrebbe scrivere su di lei, infine, che non è mai stato detto?
Un epitaffio, (grande n.d.r., 1-0 palla al centro).

 

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